Così la Cina sta conquistando il Giappone (Panetta complice)
Il segretario alla Difesa americana, Leon Panetta, è giunto a Pechino mentre è in pieno svolgimento una guerra diplomatica e commerciale tra Giappone e Cina come non si vedeva dalla fine della Seconda guerra sino-giapponese del 1945. Incontrando il probabile futuro presidente Xi Jinping – tornato a mostrarsi in video dopo due settimane di notizie contrastanti sulla sua sorte – Panetta ha assicurato che “la maggior presenza americana nel Pacifico non è un tentativo di contenere la Cina, bensì di creare un nuovo modello nelle relazioni tra i due paesi in quell’area”. di Giulia Pompili e Matteo Matzuzzi
7 AGO 20

Roma. Il segretario alla Difesa americana, Leon Panetta, è giunto a Pechino mentre è in pieno svolgimento una guerra diplomatica e commerciale tra Giappone e Cina come non si vedeva dalla fine della Seconda guerra sino-giapponese del 1945. Incontrando il probabile futuro presidente Xi Jinping – tornato a mostrarsi in video dopo due settimane di notizie contrastanti sulla sua sorte – Panetta ha assicurato che “la maggior presenza americana nel Pacifico non è un tentativo di contenere la Cina, bensì di creare un nuovo modello nelle relazioni tra i due paesi in quell’area”. Parlando poi ai cadetti dell’Accademia militare cinese, il capo del Pentagono ha auspicato che Washington e Pechino costruiscano “rapporti militari più forti”, trovando subito l’appoggio di Xi Jinping, al quale ha garantito che “i missili americani che saranno dislocati in Asia serviranno a prevenire e reprimere eventuali azioni ostili da parte della Corea del nord”. In merito alla disputa territoriale delle isole al largo del mar Cinese meridionale, Panetta ha assicurato che l’America non prenderà alcuna posizione. La situazione è ancora fluida e delicata, e ad aggravare la tensione tra le due principali potenze asiatiche c’è la morte dell’ambasciatore giapponese in Cina, nominato dopo la rimozione di Uichiro Niwa. Shinichi Nishimiya era stato assegnato all’ambasciata di Pechino tre settimane fa. Niwa sembrava infatti troppo schierato a favore di una risoluzione filocinese della disputa sulle isole contese e il 27 agosto scorso fu aggredito nella sua macchina a Pechino. Il neo ambasciatore Nishimiya aveva preso il suo posto da due giorni quando ha avuto un malore per strada a Tokyo e domenica scorsa è morto. La sede diplomatica di Pechino è dunque ancora vacante, mentre le proteste antigiapponesi in Cina aumentano.
A scatenare l’ira dei cinesi è stato l’annuncio dell’acquisto, da parte del governo di Tokyo, dell’insieme di isole contese nel mar Cinese orientale, che il Giappone chiama Senkaku e la Cina chiama Diaoyu, attualmente concesse in gestione a un privato cittadino giapponese. “Al centro del problema c’è la rottura di un antico accordo tra Cina e Giappone”, dice al Foglio Evans Revere, direttore dell’Albright Stonebridge Group ed ex funzionario del dipartimento di stato americano per gli affari asiatici, “fino a oggi la pesca e le attività intorno alle isole erano gestite in cooperazione tra i due paesi. Nishimiya era stato scelto perché era uno dei migliori diplomatici giapponesi e la sua morte aggrava gli sforzi per raggiungere una riconciliazione tra Cina e Giappone”. Il governo di Noda credeva di poter risolvere la disputa acquistando pubblicamente l’insieme di scogli senza lasciare la zona nelle mani dell’altro potenziale acquirente, l’ultranazionalista sindaco di Tokyo Shintaro Ishihara. Ma la decisione non è piaciuta a Pechino, che puntando sul sentimento di sovranità nazionale violato ha incoraggiato – se non addirittura organizzato – le proteste dei cittadini. Per la Conferenza politica consultiva del popolo cinese l’acquisizione giapponese delle isole “è illegale e non valida”. Durante il fine settimana migliaia di manifestanti in più di cento città cinesi sono scesi in piazza per protestare contro l’annuncio di Tokyo, in coincidenza con l’anniversario dell’incidente della Manciuria del 1931. Uova e bottiglie sono state lanciate contro l’ambasciata giapponese, e martedì una ventina di persone ha bloccato l’auto dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Cina, Gary Locke. “E’ vero che l’America non assumerà alcuna posizione ufficiale sulla questione della sovranità”, spiega Revere, “ma è stato chiarito più volte che il trattato di sicurezza tra Giappone e Stati Uniti si applica anche alle isole Senkaku che sono sotto il controllo effettivo del Giappone”. Come dire che nel caso in cui la situazione sfuggisse di mano, l’America dovrebbe per forza schierarsi dalla parte di Tokyo – un punto chiarito ieri anche da un editoriale del Global Times, il quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese, titolato: “Non illudiamoci dell’imparzialità di Washington”. “Ma non ci sarebbe molto da guadagnare da un coinvolgimento diretto dell’America – spiega Revere – La cosa migliore da fare è guidare una risoluzione diplomatica”, perché un’escalation di tensioni e rappresaglie potrebbe minare seriamente i legami economici tra Pechino e Tokyo, provocando danni significativi ai paesi (America compresa). In ballo c’è l’accordo di libero scambio i cui colloqui sono iniziati lo scorso maggio.
La caccia al giapponese
Ieri le autorità di pubblica sicurezza di Pechino hanno diramato un messaggio ai cittadini chiedendo di cessare le manifestazioni anti Giappone “e di collaborare a mantenere l’ordine pubblico”. Ma il dubbio che le proteste fossero organizzate dalle autorità è più che un sospetto: all’uscita della metropolitana di Pechino erano disponibili ceste di uova con il cartello “per l’ambasciata giapponese, non più di due a testa”, offerte da un’anonima società che ha regalato 250 chili di uova ai manifestanti per “lavare l’edificio”. Lungo i cortei i poliziotti consegnavano dei fogli con i cori mentre agli operai è stato offerto il giorno libero con tanto di buono pasto per la giornata. E il boicottaggio coinvolge ormai ogni campo: dopo l’annullamento del tour cinese del cantante giapponese Shinji Tanimura, le saracinesche abbassate di numerosi negozi giapponesi in Cina e Shanghai, ieri la Nazionale di badminton cinese non si è presentata al campionato Japan Open in polemica con Tokyo.
La caccia al giapponese
Ieri le autorità di pubblica sicurezza di Pechino hanno diramato un messaggio ai cittadini chiedendo di cessare le manifestazioni anti Giappone “e di collaborare a mantenere l’ordine pubblico”. Ma il dubbio che le proteste fossero organizzate dalle autorità è più che un sospetto: all’uscita della metropolitana di Pechino erano disponibili ceste di uova con il cartello “per l’ambasciata giapponese, non più di due a testa”, offerte da un’anonima società che ha regalato 250 chili di uova ai manifestanti per “lavare l’edificio”. Lungo i cortei i poliziotti consegnavano dei fogli con i cori mentre agli operai è stato offerto il giorno libero con tanto di buono pasto per la giornata. E il boicottaggio coinvolge ormai ogni campo: dopo l’annullamento del tour cinese del cantante giapponese Shinji Tanimura, le saracinesche abbassate di numerosi negozi giapponesi in Cina e Shanghai, ieri la Nazionale di badminton cinese non si è presentata al campionato Japan Open in polemica con Tokyo.
Eppure le preoccupazioni più gravi sono quelle dei rivenditori di automobili giapponesi, che in Cina hanno gran parte del mercato. Le perdite del settore auto e i danni provocati dalle manifestazioni antigiapponesi potrebbero essere simili a quelle del disastro naturale dell’11 marzo 2011. Una concessionaria Toyota a Qingdao è stata data alle fiamme, mentre altri episodi di vandalismo si sono registrati in numerose province del paese. Toyota non ha voluto rivelare il numero delle fabbriche che da martedì hanno chiuso i battenti in Cina, aggiungendo che “la scelta di sospendere la produzione è lasciata a ogni singola filiale locale”. Honda, invece, ha confermato la chiusura di tutti e cinque i suoi stabilimenti cinesi fino a data da destinarsi “come misura precauzionale”. Secondo il China Times, che riporta i dati di un sondaggio del Guangzhou Public Opinion Research Center, il 60 per cento dei cinesi sosterrebbe Pechino in un’azione militare o nel lancio di sanzioni economiche contro il Giappone in risposta alla provocazione delle Diaoyu.
di Giulia Pompili e Matteo Matzuzzi